* Dunque Julian Assange, come previsto, è stato arrestato. L’accusa di stupro è inverosimilmente e pretestuosa ed anche questa non è una sorpresa. In estrema sintesi chiediamo licenza di leggere il fenomeno Wikileaks in questo modo:
1. Il fenomeno non è genuino: si era già verificato che qualche funzionario scandalizzato dall’immoralità del proprio Paese passasse del materiale ad Assange, il quale è mosso da una forte carica ideale.
2. Qualcuno suggerisce l’idea che Assange lo faccia per soldi. Se così fosse non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole. La storia nasce in Inghilterra. Nel 1785 a Londra John Walter, un ex comerciante di carbone, fonda il Daily Universal Register che nel 1788 diventa The Times. Il leggendario The Times, il giornale che trasforma l’informazione giornalistica a mezzo stampa in una vera e propria impresa industriale. Dopo un’ottima “copertura” della Rivoluzione francese, The Times per la restante parte del secolo vende i propri servizi al miglior offerente. Ma la maggior parte degli introiti arriva grazie a due forme di pagamento occulto: la Suppression fee e la Contradiction fee: la prima consiste nel versamento di una somma per non far pubblicare l’articolo che potrebbe nuocere o imbarazzare; la seconda nella pubblicazione di un articolo che ne contraddica un altro pubblicato in precedenza. Capito? Parliamo del Times e delle sue origini. E oggi qualcosa è cambiato? Si spera di sì ma l’esercizio del dubbio è sempre buona cosa specie davanti a qualche monumentale marchetta o a inspiegabili silenzi.
3. Chi ha trafugato i documenti era mosso da «nobili fini morali». È già in carcere. Li ha messi in circolazione il soldato Bradley Manning; un americano di 23 anni che è riuscito ad inviare a Wikileaks i Logs, dei documenti riservati sulla guerra in Afghanistan e in Iraq (tra cui il video che documenta l’omicidio dei giornalisti reuters a Baghdad) scaricati mentre stava al suo computer nella sua base militare.
4. Non è il primo caso dicevamo più sopra: i «Pentagon Papers» (Daniel Ellsberg, mosso da «nobili fini morali», li fornì al quotidiano di New York all’inizio degli anni ‘70) lo scopo era di rivelare come gli USA perseguissero privatamente una politica estera antitetica rispetto a ciò che affermavano in pubblico, a proposito della loro presenza in Vietnam.
5. È ora d’accettarlo a tutti i livelli: Internet democratizza la libertà di espressione. Lo si dice da anni, eppure c’è voluto il caso Wikileaks per farlo entrare nella coscienza di tutti. In altre parole, di fronte alla libertà di espressione, che piaccia o meno, non ci sono categorie privilegiate di attori: siamo tutti uguali davanti ai diritti fondamentali. In questi confusi giorni molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di citizen-journalist guidati da Julian Assange, un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi: o una cosa o l’altra. Altri sostengono che il giornalismo ha per protagonisti «testimoni esperti» capaci di valutare i fatti sulla base di conoscenze acquisite nel tempo. Il loro punto di forza è la credibilità, che passa ogni giorno al vaglio di un giudice imparziale: il lettore. Ma anche questa tesi lascia il tempo che trova, considerando che ogni giornalista prende lo stipendio da un editore, e l’editore spesso ha anche altri interessi. Vedasi quanto più sopra documentato a proposito del The Times. Riflettere su questa evidente contraddizione può, però, aiutare a ridurre un po’ lo sconcerto. Perché la questione non è – si spera – la messa in discussione di importanti conquiste democratiche; anche se c’è il concreto rischio che certe posizioni affrettate in merito al caso Wikileaks possano contribuire, sia pure involontariamente, a ridurre la libertà di stampa dei media tradizionali in futuro. È nostro sommesso parere che la questione sia vecchia come il mondo, e può essere sintetizzata nel millenario conflitto tra patrizi e plebei, guelfi e ghibellini, destra e sinistra. In quest’ottica potrebbe bastare dire che la democrazia sta a sinistra e la dittatura sta a destra (immaginiamo che non ci saranno obiezioni a ciò). E si potrebbe anche dire che una situazione è tanto più di sinistra quanto più è democratica (massima distribuzione del potere tra quello che una volta si chiamava popolo, poi gente ed oggi società civile) ed è tanto più di destra quanto più quel potere è concentrato in poche mani. Ma il discorso sulla diade destra-sinistra è un po’ più complesso, e in questo caso è bene escludere dalle nostre osservazioni la cosiddetta sinistra italiota che di democratico ha veramente pochissimo. P.J. Proudhon usava un’altra terminologia: Autorità-Libertà. Da ciò discende una distinzione tra destra e sinistra che non è solo quella originale (nell’800 liberali e repubblicani erano la sinistra perché oppositori anche feroci dell’assolutismo regio), ma è ancora l’unica possibile: A destra sta il dispotismo, il governo di uno o di pochi, il centralismo statale, la volontà che scende dall’alto, i governati controllati dai governanti, il governo forte con i deboli e debole con i forti, il consenso (mai neanche lontanamente nelle democrazie il consenso verso i governanti raggiunge i livelli tipici delle dittature), la sfiducia verso l’autogoverno popolare e quindi il convincimento che solo il potere saldamente nelle mani di pochi (o di uno solo) possa garantire la serena esistenza del popolo: il sud del mondo insomma. A sinistra invece sta la repubblica, la democrazia, l’autogoverno locale, la volontà che sale dal basso, i governanti controllati dai governati, il governo forte coi forti e debole coi deboli, il governo dei molti (o di tutti), la partecipazione invece del consenso, l’ottimismo verso la capacità del popolo di autogovernarsi: l’Occidente più avanzato insomma. La cosiddetta destra dei poteri forti è quella, per intenderci, che il 16 aprile 1917 fa arrivare a San Pietroburgo, provenienti dalla Svizzera, Lenin e Zinoniev, dopo l’attraversamento della Germania e della Svezia in un “vagone piombato” sotto la protezione combinata dell’Alto Comando tedesco e di Max Warburg, uno dei fratelli di Paul Warburg (banca di investimento Khun Loeb and Company di New York), che risulta proprietario ad Amburgo della Banca Warburg and Company. Il 17 maggio 1917, Trotski, proveniente dal territorio americano, raggiunge Lenin. Dopo essere stato imbarcato il 27 marzo con più di 250 compagni egli viene immobilizzato per qualche tempo ad Halifax con degli enormi fondi. Ma grazie all’intervento congiunto del colonnello House (principale consigliere di Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921) che ha potuto organizzare, in quanto braccio americano della Tavola Rotonda (società iniziatica inglese di idee mondialiste, vicina agli interessi dei Rothschild a Londra, fondata, tra gli altri, da Sir Cecil Rhodes e Lord Alfred Milner), il Council for Foreign Relations (uno dei più antichi Think tank americani), al quale appartiene un altro influente consigliere di Wilson, Justice Louis Brandeis, Presidente del comitato provvisorio sionista, di Sir William Wiseman (Khun Loeb and Company), egli può ripartire verso la Russia con un passaporto americano. La fonte dei fondi ricevuti dai bolscevichi è duplice. Una parte viene dal Governo di Berlino (si conoscono oggi il numero dei conti aperti presso la Reichbank, il 2 marzo 1917, ai nomi di Lenin, Trotski e Koslowsky). Un’altra viene dalla Khun Loeb. Anche i circuiti utilizzati da questi fondi sono ugualmente conosciuti. Allorché Lenin è in esilio in svizzera, il flusso di denaro va dalla Germania a Zurigo, attraverso la Deutsches Bank. Successivamente il denaro transita da Berlino (Disconto Gelleschaft e Reichbank), da Oslo (DEN Norske Handelsbank) o da Stoccolma (NYA Banken, VIA Banken), verso la Banca Siberiana di San Pietroburgo. Nel 1917 il finanziere più impegnato nel sostegno ai rivoluzionari è Jacob Schiff, genero di Salomon Loeb, che si vanta dalle colonne del New York Times del 5 giugno 1916 di aver strappato al presidente Taft, nel 1911, e dopo una violenta campagna di stampa, la denuncia degli accordi commerciali con la Russia: «Chi dunque se non me, ha messo in movimento l’agitazione che ha costretto poi il presidente degli USA a denunciare il nostro trattato con la Russia?». Numerosi sono i documenti che provano l’implicazione della finanza newyorkese nel crollo dello zarismo. Il 19 marzo 1917 Jacob Schiff indirizza un telegramma al Ministero degli Esteri del Governo provvisorio russo (Miliukov): «Permettetemi, in qualità di nemico inconciliabile dell’autocrazia tirannica che persegue senza pietà i nostri correligionari, di felicitare attraverso voi il popolo russo per l’azione che ha appena finito di compiere così brillantemente e di augurare pieno successo ai vostri colleghi di governo ed a voi stesso!». D’altro canto si può osservare come, più volte, il princìpio seguito da moltissime èlite di nuovi Paesi sia stato: una etnia, uno Stato. Questo ha voluto dire, da un punto di vista puramente pratico, tracciare nuove frontiere volte a dividere in veri e propri Stati, non più le diverse parti di un medesimo Stato. Ma che cos’è realmente una frontiera? Fino al XVI-XVII secolo, essa non era altro che una sorta di fascia o zona dotata di una certa profondità dove Stati e territori venivano a toccarsi. Potremmo definirla una zona di transizione in cui potevano vivere addirittura elementi che non si riconoscevano particolarmente né in una parte né nell’altra. Questa idea di frontiera venne superata con il XVIII secolo, ovvero nel momento in cui gli Stati nazionali territoriali centralizzati impressero il modello geometrico al proprio territorio. Da quel momento si sviluppò l’idea che è in vigore ancora oggi d’intendere il confine come una linea che, straordinariamente, possiede il potere di tranciare e separare aree abitate da portatori della stessa capacità di manipolazione simbolica, ovvero della stessa cultura, della stessa nazione. Tutto ciò è ancora oggi profondamente visibile in Africa settentrionale dove gli Stati coloniali furono realizzati prima sulla carta e poi applicati alla realtà. Praticamente in poco tempo territori abitati da medesimi gruppi etnici furono tagliati secondo angoli e linee rette. Sebbene ci venga da sempre detto che la carta geografica sia la copia della faccia della terra, è vero esattamente l’opposto poiché la modernità è prima di tutto questo: ovvero la terra che diventa copia della mappa geografica [“Il mito del Globo” secondo Franco Farinelli, geografo italiano e docente presso alcune delle più prestigiose Università del mondo: Berkley e Sorbona, per citarne un paio]. La modernità ha abituato gli uomini a pensare che la propria identità dipendesse da tali confini, cosa difficilmente pensabile in epoca medievale quando l’identità dipendeva dal sistema culturale che ciascuno portava con sé. I confini assunsero il compito di assicurarsi che venissero rispettate le tre proprietà fondamentali per l’esistenza e il funzionamento dello Stato moderno: la sua continuità (deve essere tutto un pezzo), la sua omogeneità e la sua isotropicità (tutte le parti devono essere voltate verso un’unica direzione: il punto unico che di solito riveste la capitale). Ogni Stato crebbe sull’idea, che possiamo definire, di una “etnicizzazione fittizia“: dopo aver proceduto alla propria chiusura geometrica, ha fatto finta che al proprio interno tutti i cittadini fossero dotati delle stesse regole di manipolazione simbolica. Tuttavia, a dispetto dei tentativi di omologare e omogeneizzare i sudditi o i cittadini, all’interno di nessun Stato moderno europeo si può parlare dell’esistenza di un’unica e sola cultura. Spesso l’omogeneità è massima al centro e tendenzialmente minima in periferia. Pertanto, il principio di “uno Stato, una etnia” è tutto meno che incontestabile. Innanzitutto perché la formula del diritto dei popoli all’autodeterminazione utilizzata in questo contesto non presenta un senso preciso, in quanto implica che i popoli esistano anteriormente all’esistenza di uno Stato, ma ciò comporterebbe la necessità di chiamare popolo qualsiasi gruppo etnico. Inoltre, è necessario ricordare che attualmente esistono circa duecento Stati, ma seimila gruppi linguistici e cinquemila gruppi etnici più o meno identificati [«Il nuovo disordine mondiale», Garzanti, 2003, di Tzvetan Todorov filosofo e saggista bulgaro]. E poi, bisogna considerare il fatto che le caratteristiche culturali non si dividono in modo rigido e regolare: ad esempio il più delle volte le suddivisioni religiose non coincidono con i gruppi linguistici. Pertanto, si può concludere che il progetto-sogno di una perfetta sovrapposizione tra territorio, popolazione e Stato è praticamente irrealizzabile. In linea teorica, tale progetto dovrebbe essere estraneo allo spirito democratico poiché limita l’individuo all’identità che gli è attribuita dalle circostanze della sua nascita, senza lasciargli la possibilità di manifestare l’autonomia del suo giudizio. A riguardo, Todorov sostiene che lo Stato etnico si presenta come uno Stato naturale; mentre lo Stato democratico dovrebbe essere pensato come uno Stato contrattuale, in cui i cittadini possono esprimere la propria volontà non sulla base di una identità fisica e culturale. Questo perché lo Stato democratico deve lasciare a ciascuno la possibilità di esprimere la propria identità e di sfuggire alle determinazioni che subisce; deve assorbire comunità diverse adottando un contratto che sostiene tali diversità; e deve preservare i diritti degli individui fra I quali quello di appartenere a una minoranza culturale. Pertanto, se il principio della purezza etnica non ha nulla a che vedere con lo Stato democratico, lo Stato contrattuale dovrebbe realizzarsi secondo i princìpi scaturiti dall’opera di Pierre-Josephe Proudhon, ovvero su almeno due principi fondamentali [vedi: Del princìpio federativo, http://www.progettoitaliafederale.it/Del_Principio_Federativo.htm]:
1. la sovranità che tramite il voto i cittadini conferiscono ai rappresentanti, è inferiore alla sovranità che riservano per se stessi sui fatti.
2. Gli oneri che il “foedus” implica devono essere inferiori (o quanto meno uguali) ai benefici che se ne ricavano. Che la cosiddetta società civile non sopporti più le imposizioni dall’altro (la sopra contemplata: destra) ce lo conferma indirettamente una lettera di solidarietà di Joe Higgins, parlamentare europeo [Socialist Party of Irealns – Committee for a Workers’ International] ai partecipanti alle manifestazioni a Stoccarda e in Val di Susa, che qui troviamo utile pubblicare integralmente: Oggi, 11 dicembre, uomini e donne in tutta Europa protestano contro inutili grandi opere. Nel corso di quest’anno sono stato sia a Stoccarda, per esprimere la mia solidarietà a coloro che contestano il progetto STUTTGART 21, sia in Val di Susa, nell’Italia settentrionale, dove decine di migliaia di persone da anni lottano contro una linea ad alta velocità che distruggerebbe la loro valle. Anche in Spagna, Francia e in molti altri paesi uomini e donne si difendono da grandi opere giustificate soltanto dagli interessi delle banche e dei grandi gruppi industriali. Dietro a tutti questi progetti sta innanzitutto il desiderio di accumulare profitti a spese di grandi masse di contribuenti. Essi vengono finanziati – in Val di Susa ma anche a Stoccarda (linea Ulma-Wendlingen) – dall’Unione Europea. Miliardi di euro vengono dissipati per realizzare progetti che per la stragrande maggioranza delle persone che vivono a Stoccarda e in Val di Susa significherebbero una catastrofe ecologica, oltre che la distruzione di infrastrutture già esistenti. Il denaro che viene speso per questi progetti viene a mancare per le scuole, gli ospedali, così come per la costruzione di reti ferroviarie rispettose dell’ambiente e nel quadro di una politica dei trasporti sensata. Sono rimasto colpito dalla vostra tenacia e devo riconoscere di aver imparato molto dal vostro movimento e in particolare dal vostro coraggio. E’ necessario che ci coordiniamo a livello internazionale e che ci scambiamo reciprocamente le nostre esperienze. Ad esempio penso che possiamo imparare molto dalle grandi iniziative popolari convocate per bloccare i cantieri, dalle occupazioni e dagli scioperi e in generale da tutte le forme di autorganizzazione realizzate in Val di Susa. Ricchi e potenti – in Italia come in Germania o in Francia – possiedono banche e grandi gruppi, comprano i politici, controllano la stampa e cercano di portare avanti i propri interessi contro quelli della maggioranza dei cittadini, se è del caso anche mandando la polizia a reprimerli. Care amiche e amici, Bertold Brecht disse che quando il diritto si trasforma in negazione del diritto, allora resistere diventa un dovere! Vi auguro di mantenere una grande forza nella vostra lotta. Se lottiamo insieme e siamo capaci di non lasciarci dividere e pronti a passare dalla protesta alla resistenza attiva, allora in molti ci seguiranno. Io farò del mio meglio per far conoscere la vostra lotta. I miei auguri più combattivi. Joe Higgins Insomma, il problema di limite, in senso matematico, è l’enorme potenziamento della libertà di espressione reso possibile da Internet. Un diritto considerato fondante delle vere democrazie da più di due secoli ora è esercitabile da ogni singolo cittadino, non solo da pochi. Se alla libertà di espressione crediamo davvero, dovremmo solo rallegrarci di questo sviluppo. Numerose reazioni fanno invece pensare che almeno per qualcuno la libertà d’espressione e la vera democrazia vanno bene in astratto, ma non se accessibili a tutti. La democrazia, come l’esercizio della sovranità popolare, ed il foedus come Stato contrattuale, quindi, sono in pericolo e sono realizzate – peraltro non completamente – solo in alcuni Paesi. Primo fra tutti: la Svizzera.
* p. Comitato per i diritti dei cittadini
(Enzo Trentin)


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