Vorrei esprimere alcuni pensieri riguardo alla questione della contribuzione fiscale sollevate in questi giorni.
Esiste un autentico patto sociale. Restiamo nel riminese.
Il patto si basa su lavoro nero, evasione fiscale, sacco del territorio.
Il lavoro nero ha diversi aspetti. Alcuni: cassa integrati che lavorano altrove, pensionati (spesso di giovinezza) che lavorano sconosciuti al fisco, dipendenti del turismo che lavorano tutti precisamente 78 giorni all’anno per poi prende la disoccupazione per il resto del tempo.
L’evasione fiscale è stata poi trasformata in autentico fattore di competitività aziendale. Pura follia. Le regole del mercato sono tali che per poter essere competitivi devi usare la leva fiscale come elemento della tua offerta. Tanto più evadi, tanto più il prezzo della tua camera o lettino è competitivo. Questo avviene per i liberi professionisti, per i commerciati, per gli imprenditori oltre che per gli artigiani. Pertanto l’isolata volontà di rispettare le norme fiscali in un ambiente economico in cui non vengono rispettate significa semplicemente uscire dal mercato per scarsa competitività e chiudere bottega. Dico questo non per giustificare ma per evidenziare la dimensione della distorsione dell’elemento fiscale che si potrebbe considerare elemento di violenza verso quelle aziende a cui viene impedito così di operare regolarmente, pena l’uscita dal mercato. L’evasione in un sistema che ha il fisco che funzione potrebbe essere considerata concorrenza sleale.
Il sacco del territorio è altra questione.
L’evasione poi si manifesta anche con l’acquisto della casa per la famiglia in cui parte viene pagata in nero a duplice vantaggio dell’acquirente e del venditore.
Perché tutta questa filippica?
Quello che mi sento di sottolineare e che si deve uscire dalla logica della contrapposizione delle categorie, quelle oneste perché non possono evadere e quella disonesta degli evasori. Il sistema come è è criminogeno e porta a fere diventare costume della società vivere nell’illegalità (cosa ben diversa dalla disonestà, concetto morale). Ciò non assolve nessuno, chiaramente. Bisogna invece cercare di individuare l’aspetto comune per proporre una soluzione.
Mi sento di poter affermare che esiste un vero e proprio patto sociale, non scritto ma di fatto, che a fronte di un sistema iniquo di tassazione permette e giustifica l’evasione, trasformandola di frequente in autentico finanziamento aziendale e delle famiglie.
Pretendere di applicare le norme fiscali attuali come sono significa violare questo patto e trasformare l’ente fiscale in violento esattore.
Ritengo che sia necessario la costituzione di un nuovo patto che metta come elementi di partenza la legalità e che ricalibri il prelievo fiscale in funzione di ciò.
Il tema poi degli sprechi pubblici è un ulteriore elemento che influisce sulla percezione sociale dell’evasione e che è causa di ulteriore giustificazione e alibi. Si ha l’impressione che qualsiasi persona che si trattiene del reddito sia in grado di utilizzarlo meglio del nostro stato.
Questa posizione che vengo ad esprimere tenta di superare lo scontro sociale che si crea e che ritengo sia creato ad arte per dividere e nascondere le reali responsabilità che sono: i costi della politica, la corruzione, gli sprechi. Si vuole criminalizzare una parte della società che diventa così capro espiatorio e agnello sacrificale. Questa ultima affermazione non vuole legittimare comportamenti illegali ma evidenziare la lettura di una strumentalizzazione che ha lo scopo di mettere le vittime di un sistema una contro l’altra e distrarle dai reali responsabili e dalle reali responsabilità.
Riguardo al costume dell’evasione.
– 16 luglio 2010

